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Guardia bassa o alta: quale postura favorisce l’equilibrio psicofisico?

Matteo Bandinellidi Matteo Bandinelli· 15/08/2026 06:04
Guardia bassa o alta: quale postura favorisce l’equilibrio psicofisico?

La prima volta che ho abbassato la guardia in palestra non è stato un gesto di arroganza, ma un atto di fiducia. Ricordo ancora il tatami umido di condensa, l’odore di canapa del judogi asciugato male e il rumore secco dei passi sul tappeto. Mio padre, che aveva passato mezza vita a insegnare ai ragazzi a stare composti, mi guardò sollevare il mento come per prendere aria. Poi, lentamente, lasciai scivolare le spalle verso il basso, aprii i gomiti e incontrai lo sguardo del compagno che avanzava. In quel microspazio fra il prossimo scambio e il respiro, capii che la postura non è solo una tecnica: è una decisione che coinvolge la mente.

Questa intuizione maturò davvero mesi dopo, quando un infortunio al ginocchio mi relegò alla riabilitazione e mi insegnò a leggere i segnali del corpo con pazienza. Da allora ho cercato un equilibrio diverso, mettendo insieme arti marziali dolci, stretching e respirazione consapevole. La domanda che spesso mi fanno oggi, dentro e fuori dal dojo, è semplice e complicata allo stesso tempo: cosa cambia davvero tra tenere la guardia alta e tenerla bassa, se cerco di migliorare il mio equilibrio psicofisico?

Cosa intendiamo, davvero, per guardia alta e guardia bassa

La guardia alta nasce dall’idea di proteggere il volto e il tronco superiore. Le mani salgono, gli avambracci si chiudono a scudo, il mento si ritira. Il peso può spostarsi leggermente verso l’avampiede, le spalle si fanno compatte. È una postura che aumenta la vigilanza visiva e focalizza l’attenzione su stimoli frontali e ravvicinati.

La guardia bassa, al contrario, abbassa i gomiti, lascia più spazio al torace, chiede alle spalle di cadere e alla colonna di allungarsi. Le mani restano pronte ma meno rigide, il respiro trova una cassa più ampia, il bacino sente il terreno in modo pieno. Spesso il baricentro sembra scendere, la visione periferica si allarga, l’idea di “prendere tempo” prende forma.

Nel contesto marziale entrambe le posture hanno una funzione tecnica. Ma sul corpo che vive fuori dal ring, lavorano come leve emotive e fisiologiche. Una “armatura” alta chiama la prontezza; un “mantello” basso invita alla gestione del ritmo. Il punto è capire quando l’una diventa gabbia, e quando l’altra diventa eccesso di esposizione.

Sistema nervoso, respiro e l’arte di regolare l’attivazione

La postura modula il nostro sistema nervoso autonomo. Se alzo la guardia e contraggo le spalle, sto inviando un segnale di allerta: irrorazione verso i muscoli pronti all’azione, attenzione focalizzata, respiro che tende a salire in alto nel petto. Non è una condanna, è un linguaggio. Il corpo traduce forma in stato d’animo. E talvolta ne abbiamo bisogno: quando serve potenza, difesa, decisione rapida.

Con la guardia bassa succede il contrario: le clavicole si aprono, il diaframma ha più spazio, la mandibola si addolcisce, l’aria scivola più facilmente nel naso e la cassa toracica lavora a 360 gradi. Questa configurazione favorisce una regolazione verso il basso dell’attivazione, migliora la percezione interna e aiuta a gestire l’ansia di prestazione. Nel mio percorso di riabilitazione, ho scoperto che pochi cicli di espirazione lenta con spalle basse, tra una serie di esercizi e l’altra, cambiavano il modo in cui il dolore veniva interpretato dal cervello.

Non si tratta di misticismo, ma di fisiologia applicata. La postura incide sulla pressione intratoracica, sulla risposta barocettiva e sull’ampiezza del respiro utile. Anche la tolleranza all’anidride carbonica, fattore chiave per la calma mentale, beneficia di una configurazione meno compressa a livello cervicale e scapolare. Tradotto: quando il corpo respira meglio, la mente sente di avere più spazio.

Equilibrio psicofisico: oltre l’allenamento

Fuori dal tatami, l’alternanza fra “alto” e “basso” la incontriamo davanti allo schermo del computer o mentre parliamo con qualcuno che ci mette a disagio. Spalle in su, collo rigido, occhi stretti come in guardia alta: una scorciatoia del corpo per proteggersi. Oppure petto aperto, sguardo morbido, mani che accompagnano le parole: una guardia bassa che invita all’ascolto. Il confine fra efficacia e maladattamento è sottile.

Nei mesi del mio recupero ho imparato che l’equilibrio psicofisico non è una vetta da conquistare, ma una cadenza. Ci sono giorni in cui alzare la guardia aiuta a delimitare il perimetro e dire “adesso tocca a me”; altri in cui abbassarla significa lasciar circolare energia e creatività. Se c’è una regola, è questa: la postura migliore è quella che ti permette di scegliere.

Come scegliere: contesto, corpo, intenzione

La scelta tra guardia alta e bassa parte dal contesto. In un confronto intenso o in una situazione incerta, alzare la protezione può mettere ordine ai pensieri. Ma la scelta si affina ascoltando il corpo. Se le spalle bruciano, la mandibola è serrata e la vista si fa tunnel, forse stiamo restando troppo a lungo in allerta. Invertire per un minuto la rotta, far scendere i gomiti, allargare le scapole e invitare un’espirazione lunga può riportare chiarezza.

L’intenzione completa il quadro. Alzare la guardia con la consapevolezza di farlo temporaneamente, come un arco teso solo per il tiro, cambia completamente l’effetto sul sistema nervoso. Allo stesso modo, tenere la guardia bassa senza abbandonarsi alla passività significa affidarsi a un’attenzione più ampia, non smettere di essere presenti. È la vecchia lezione dei maestri: morbido non è molle, alto non è rigido.

Un breve protocollo quotidiano per integrare le due posture

Tre minuti, ogni giorno. In piedi, piedi paralleli sotto le anche. Inspiro dal naso e, mentre le mani si sollevano all’altezza delle guance, immagino di “incorniciare” lo sguardo: la mia guardia è alta, gli avambracci sono leggeri, il mento resta basso ma la nuca si allunga. Tengo due respiri, non di più, come se stessi puntando l’attenzione su un compito urgente. Poi lascio scendere le braccia lungo i fianchi, espirando lento, come a liberare aria da una vecchia fisarmonica. Le spalle cadono, il petto si apre, la bocca resta chiusa ma le labbra sono soffici. Due respiri qui, nell’agio. Ripeto questo passaggio cinque o sei volte, notando come cambia il battito, la temperatura delle mani, la qualità del pensiero.

Questa piccola sequenza non insegna a combattere. Insegna a passare di stato, a non restare incastrati in una sola modalità. Dopo una settimana, il corpo inizia a riconoscere i segnali e diventa più abile nel dosare. È qui che la tecnica diventa benessere, e la palestra si mescola alla vita.

Scienza e tradizione: un dialogo possibile

Se c’è una trama comune tra l’antica saggezza marziale e le ricerche contemporanee è la centralità della percezione del corpo. La nostra bussola interiore, la propriocezione, si affina quando variamo postura in modo consapevole, perché il sistema vestibolare e i recettori muscolo-tendinei raccolgono informazioni più ricche. L’alternanza tra configurazioni “chiuse” e “aperte” migliora la mappa che il cervello costruisce del corpo nello spazio. Più la mappa è accurata, più l’equilibrio psicofisico regge le sollecitazioni della giornata.

Inoltre, respirare con ritmo e postura coerenti aumenta la variabilità della frequenza cardiaca, un indicatore di adattabilità. Non è magia: è allenamento dell’autoregolazione. A questo si aggiunge un beneficio psicologico non trascurabile. Quando decido di alzare o abbassare la guardia senza essere costretto dall’istinto, sto allenando la mia libertà. E la libertà, in queste cose, ha sempre il profumo dell’ossigeno che entra bene.

Dalla pedana alla scrivania: trasferire l’apprendimento

Mi piace chiedere ai lettori di portare questa pratica nei luoghi più prosaici, come la scrivania. Prima di un’email difficile, prova un minuto di guardia alta: spalle organizzate, mani che incorniciano lo sguardo, respiro energico ma non corto. Scrivi l’oggetto, tracci i punti chiave. Poi, prima di inviare, un minuto di guardia bassa: apri le clavicole, addolcisci la mandibola, espira lungo, lascia che la frase superflua cada da sola. In questa danza si compone una decisione più nitida. Non stai scegliendo tra forza e debolezza: stai scegliendo il miglior canale per la tua intenzione.

Quando rientro in palestra e annodo la cintura, ritrovo la stessa economia. Il corpo sa che può alzare il ponte levatoio quando serve e abbassarlo quando il fiume è calmo. E questa alternanza non è incoerenza: è competenza emotiva, è educazione del gesto.

Ripenso a quella prima volta sul tatami, alla fiducia che nasce da un respiro ben piazzato. Oggi so che non esiste una postura giusta per tutte le situazioni. Esiste un corpo che ascolta, una mente che orienta, un respiro che collega. A volte servirà l’armatura lucida della guardia alta; altre, il mantello arioso della guardia bassa. L’equilibrio psicofisico, in fondo, è la libertà di passare dall’una all’altra senza perdere se stessi.

Matteo Bandinelli
Matteo Bandinelli

Matteo è cresciuto in una famiglia di judoka e ha scoperto il valore terapeutico del movimento grazie a un infortunio che l’ha costretto per mesi alla riabilitazione. Da allora promuove la combinazione tra arti marziali dolci, stretching e respirazione consapevole per il benessere mentale.