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Partecipo al mio primo torneo di arti marziali: consigli degli esperti per gestire emozioni e stress

Matteo Bandinellidi Matteo Bandinelli· 21/08/2026 19:23
Partecipo al mio primo torneo di arti marziali: consigli degli esperti per gestire emozioni e stress

La notte prima del mio primo torneo di judo, non riuscii a dormire. Stavo lì nel buio della camera, a ripensare agli allenamenti, ai movimenti che avevo praticato centinaia di volte, alle facce degli avversari che mi avrebbero aspettato sul tatami. Il cuore accelerava ogni volta che chiudevo gli occhi. Mio padre, che aveva passato la vita tra le palestre, mi trovò seduto in salotto all'alba con una tazza di tè freddo in mano. Mi sorrise e disse semplicemente: "Matteo, il tuo corpo sa già cosa fare. Oggi tocca alla mente imparare a fidarsi di lui". Quella frase cambio tutto quello che penso sulla preparazione mentale nelle arti marziali.

Partecipare al primo torneo rappresenta un momento cruciale per chi pratica arti marziali. Non è semplicemente una competizione sportiva, ma una transizione profonda: dal training controllato dell'allenamento alla realtà imprevedibile della gara. Le emozioni si moltiplicano, lo stress sale, la paura del giudizio può paralizzare persino i più preparati. Ho visto atleti tecnicamente perfetti crollare emotivamente al momento decisivo, e altri meno preparati vincere semplicemente perché sapevano gestire la pressione mentale.

La fisiologia della paura e il controllo consapevole

Quello che scoprii durante la mia riabilitazione, dopo un infortunio che mi bloccò per mesi, è che il corpo e la mente comunicano costantemente attraverso Sistema nervoso autonomo. Quando sentiamo paura, il nostro sistema simpatico si attiva: la frequenza cardiaca aumenta, i muscoli si irrigidiscono, il respiro diventa superficiale. È una reazione evolutiva, utile per scappare da un predatore, ma completamente controproducente in un tatami dove hai bisogno di fluidità e controllo.

La respirazione consapevole diventa allora la tua arma più potente. Non parlo di respirazioni fantasiose o tecniche complicate, ma di qualcosa di semplice: inspirare lentamente dal naso per quattro conteggi, trattenere per quattro, espirare per quattro. Praticai questo esercizio ogni mattina durante gli ultimi due mesi prima del torneo. Non solo mi calmava, ma mi insegnava che potevo controllare la mia risposta fisiologica alla paura. Nel momento della gara, quando le gambe iniziavano a tremare, una respirazione consapevole mi riportava al presente, al mio corpo, al movimento.

La ricerca scientifica conferma che una respirazione controllata attiva il sistema parasimpatico, quello del riposo e del recupero. È come premere un bottone di reset biologico. Mio padre lo sapeva da decenni di pratica, ma vederlo dimostrato scientificamente mi rese più consapevole della sua importanza.

L'ansia da prestazione e il significato della competizione

Nei giorni precedenti il torneo, cominci a costruire una narrazione mentale attorno all'evento. La testa inizia a raccontare storie: cosa succede se perdo? E se l'avversario è più forte? E se commetto un errore stupido davanti a tutti? Queste storie sono normali, sono umane, ma possono diventare paralizzanti se le lasci controllare.

Quello che imparai da mio padre e dalla mia esperienza personale è che la competizione non è una minaccia alla tua identità, è un'opportunità di apprendimento. Ogni incontro è una conversazione con un altro corpo, un dialogo di movimenti dove entrambi i partecipanti escono trasformati. Cambiai completamente il modo di pensare al torneo: da "devo vincere" a "voglio scoprire come reagisco sotto pressione". Questo cambio di prospettiva riduce enormemente l'ansia.

Un'altra pratica che mi aiutò moltissimo fu la visualizzazione. Non immaginavo di vincere, ma di affrontare gli scenari difficili con calma. Visualizzavo di essere messo in difficoltà, di cadere e di rialzarmi. Visualizzavo i giudici, il pubblico, il rumore del palazzetto. Quando tutto questo accadde realmente, non fu una sorpresa: l'avevo già visto nella mia mente, già affrontato centinaia di volte. Il cervello non distingue bene tra una simulazione mentale vivida e un'esperienza reale.

Lo stretching e la preparazione del corpo una settimana prima

Una settimana prima del torneo, ridussi l'intensità degli allenamenti. Non perché avessi paura di farmi male, ma perché il corpo, come la mente, ha bisogno di recupero per esprimere il massimo. Aumento il tempo dedicato allo stretching e alla respirazione. Scoprii che questi momenti non erano "riposo passivo", ma preparazione attiva.

Lo stretching non è solo flessibilità muscolare: è consapevolezza corporea. Quando tiri lentamente un muscolo e senti la resistenza, quando respiri dentro quella tensione, stai insegnando al tuo corpo a rimanere calmo sotto stress. Stai creando una memoria somatica della calma. Ogni sessione di stretching quella settimana era come una meditazione in movimento, un dialogo con il mio corpo per dirgli: siamo pronti, siamo tranquilli, confidiamo in noi stessi.

La notte, prima di dormire, praticavo una progressione di Rilassamento muscolare progressivo, una tecnica che consiste nel contrarre e rilassare ogni gruppo muscolare. Questo non solo favorisce il sonno, ma riduce ulteriormente lo stress accumulato. Il mio corpo arrivò al torneo non esausto, ma consapevole e radicato.

Il giorno della gara e le ultime ore

Arrivai al palazzetto tre ore prima della mia categoria. Questo tempo non lo spesi a studiare gli avversari o a fare cose strane. Trovai uno spazio tranquillo, sedetti per terra e respirai. Osservai le mie mani, i miei piedi, il peso del mio corpo sulla terra. Mi ricordai di mio padre: "Il tuo corpo sa cosa fare".

Quando entrai sul tatami, accadde qualcosa di straordinario. Tutta l'ansia scomparve. Non perché smisi di avere paura, ma perché finalmente ero nel presente. Non ero più nella mia testa, non ero più nelle storie della mente. Ero nel mio corpo, nei miei movimenti, nel contatto con l'avversario. Era una sensazione di chiarezza totale. Vidi ogni movimento, ogni opportunità, ogni sfida. Persi la gara, tecnicamente, ma guadagnai qualcosa di molto più profondo: la consapevolezza che potevo affrontare la paura e restare integro.

Tornai a casa con il viso livido e il sorriso largo. Mio padre mi abbracciò senza dire nulla. Non servivano parole. Avevo imparato la lezione che le arti marziali insegnano realmente: non si tratta di vincere contro qualcuno, ma di vincere contro le proprie limitazioni mentali. E quella vittoria era appena iniziata.

Matteo Bandinelli
Matteo Bandinelli

Matteo è cresciuto in una famiglia di judoka e ha scoperto il valore terapeutico del movimento grazie a un infortunio che l’ha costretto per mesi alla riabilitazione. Da allora promuove la combinazione tra arti marziali dolci, stretching e respirazione consapevole per il benessere mentale.